Venerdi 21 ottobre la Tartuca andrà a visitare l'Accademia Chigiana (per informazioni vedi nella sezione appuntamenti) ed in particolare per conoscere l'opera di un grande scultore, pittore ed anche architetto tartuchino: Arturo Viligiardi (nella foto a sinistra è ritratto nella famosa foto ricordo del cappotto del 1933). Murella Cronache, tra l'altro, nel numero 5 del 1996 pubblicò due pagine curate dal Dr. Gianni Mazzoni sulla vita di questo importante artista del purismo senese.
Arturo Luigi Viligiardi (questo il nome completo) nacque a Siena in via dei Maestri al n.12, il 27 luglio 1869. La nonna paterna si chiamava Caterina Vannini, come la venerata suora convertita di cui si custodisce la memoria nel nostro Museo sacro. Le doti artistiche di Viligiardi furono scoperte da Giovanni Duprè che, all'età di soli dieci anni, lo volle nel suo studio come allievo, nel frattempo lavora come garzone. Si iscrive all'Accademia di Belle Arti (di cui in seguito, nel 1916 ne divenne direttore) distiguendosi come "lavoratore infaticabile, ingegno ordinato e rapidità di appredimento". Dopo aver vinto vari concorsi e collaborato con Cesare Maccari dipinge un affresco per il Duomo di Chiusi, lavora a Venezia, Roma e nel 1903 si sposa con Marianna Bonci Casuccini. In occasione di queste nozze la Tartuca pubblica un pregevole libricino ricordo con alcune note storiche della Contrada. Due anni prima aveva realizzato per la Tartuca il bozzetto in cartone (vedi foto sotto) utile per l'incisione marmorea di Leopoldo Maccari sul pavimento del nostro Oratorio. Dipinge "La tentazione di Santa Caterina" per l'esposizione Internazionale di Roma del 1904 e collabora con l'architetto Calderini per il progetto urbanistico "Roma moderna". Lavora anche per il Battistero di Firenze eseguendo tre riquadri a completamento della storia della genesi e si impegna anche in lavori di architettura, tra cui la realizzazione di una villa di proprietà a Roma. Nel 1914 da Roma si trasferisce a Siena per seguire l'incarico affidatogli dal Conte Guido Saracini, per la ristrutturazione di una grande sala  da ballo del Palazzo Chigi-Saracini da trasformare in una sala da concerto che fu inaugurata il 23 novembre1923 con il primo evento musicale. Per il Conte Chigi esegue anche ad una scultura in bronzo "la Riconoscenza" posta nella Cappella del Duomo. Lavori del Viligiardi si trovano anche in alcune cappelle di nobili famiglie nel cimitero della Misericordia di Siena. Viligiardi, come è noto ha disegnato per la nostra Contrada anche i bozzetti delle bellissime monture del 1928.  Nel 1932 lavora anche con il Comune di Siena per il Piano regolatore producendo una notevole serie di disegni tra cui incuriosisce un progetto, mai realizzato, di una strada che intendeva congiungere il Duomo con San Domenico. Muore il 22 ottobre 1936 ad Alessandria. Un cospiquo fondo documentale del Viligiardi è stato donato di recente da Carlo Fini al Comune di Siena ed è in corso il riordino del carteggio.

Di seguito pubblichiamo una interessante intervista pubblicata ne "La Nazione" del 22 giugno 1917 a firma di G. Molteni, in cui Viligiardi parla dei lavori all'interno del Palazzo Chigi Saracini.
Le parti "..." significa che il testo non è leggibile nella copia dell'articolo.

Quest'oggi, al termine di uno di questi miei appassionati vagabondaggi nelle città del Sogno, ho intraveduto un gaio sorriso dietro una gran barba leonardesca, e il mio memore ricordo si è ravvivato nel riflesso di due arguti occhi cerulei. M'è parso di ritrovare la mia giovinezza e la speranza di più arditi voli nella amata figura di Arturo Viligiardi l'artista insigne, il maestro indimenticato, ch'io lasciai, or'è molt'anni, in un torbido meriggio di novembre, curvo su certi suoi ammirevoli studi di architettura, che la penna agile e virtuosa faceva emergere con vigorosi colpi d'ombra, dal fondo grigio della pergamena. Siena era piena di foschia e di tristezza, quel giorno, e nello studio del pittore architetto, i quadri, i calchi, le tavole abbozzate, le cornici, tutto pareva fondersi in una eguale oscurità misteriosa. Solo il volto un po' scarno, macerato dalle lunghe veglie del sapiente amico usciva con riflessi d'avorio da quella penombra, da quel silenzio, dove la sua anima vegliava. lo me ne andai in silenzio, quasi per non turbare la tormentosa fatica dell'uomo insaziato di bellezza. Quante cose dovevano uscire da quel raccoglimento, da quello stillicidio di idee ansiose, di disegni e di abbozzi pieni di ardore e di orgoglio!... (....)
Anche il Viligiardi fu, sul principio, un mistico. Allievo del Maccari, egli ben meritò la fiducia del maestro nell'istoriar le volte dei templi di Ficulle, di Chiusi, di Loreto.
Ma il suo spirito non poteva fermarsi a quella sorta di imitazione. Egli aveva un po' il sentimento estatico e voluttuoso del Sodoma. Forse in lui si agitava quella passione che arse il cuore dei mistici senesi del Quattrocento , e che pur mutato in patriottismo, fece assurgere la città della Lupa ad altezze sublimi, quando si trattò di difendere la libertà contro le rapaci aquile imperiali. Che altro non è, in fondo, il sentimento patriottico, se non fede cieca e folle viaggio verso l'ignoto, ed egli iniziava il suo spasimo di ricerca, son trascorsi molti anni. L'ho riveduto oggi, improvvisamente. M'ero fermato a riguardar la bella facciata roggia del Palazzo Saracini, con quello stupore ammirativo che ancora mi ispirano questi vecchi castelli senesi trasformati in palazzi con tanta dignitosa semplicità. Ed egli mi è apparso nel vano della gran porta quattrocentesca, e m'ha sorriso, dell'antico sorriso un po' malinconico, un po' astratto...
Così ci siamo ritrovati, dopo un lunghissimo cammino, allo stesso incrocio della vita, con la stessa anima. Il destino si compiace di questi ritmi strani. Ho interrogato l'amico come se l'avessi lasciato da poco.

Che fai, qui?
- Lavoro...
Ho veduto allora che egli portava sul capo grigio un berretto, che lo faceva rassomigliare a uno di quei maestri raffigurati nel mediocre libro vasariano.
Lavori...? qui?
- Qui. Nel Palazzo Saracini!...
Dipingi?
- No. Faccio di più e di meglio. Lo ricostruisco. Vedi: questo meraviglioso palazzo che ha una così bella facciata restaurata alla fine dell'Ottocento, e che contiene tesori d'arte e di gloria... era ridotto nelle condizioni di uno scenario. La robustezza, la grandiosità, l'armonia, erano soltanto apparenti. L'interno era scialbo, vuoto, senza carattere: e da molti segni pareva stesse per rovinare. Alcuni abitatori ne avevan traforato i muri, colmato le logge, riempito le volte, di materiali di scarico... Così, un bel giorno, il conte Chigi, buon seguace di quell'Alessandro Saracini che fu per l'Arte un appassionato cultore e mecenate, volle restituire il magnifico palazzo allo antico splendore. Egli , infervorato di arte, intenditore di musica e di bellezza estetica, pensò che tra queste vecchie mura piene di ombra e di silenzio, avrebbe ben potuto trovar luogo un tempio dedicato all'arte ed alla musica... E a malgrado i tempi tristi, e le difficoltà, e le ansie della guerra, ha voluto emulare quel che gli antichi signori facevano, erigendo statue e torri e monumenti dinanzi al nemico in armi: ha voluto che entro il suo bel palazzo rinascessero la vita e il fervore dell'opera: che si rizzassero le impalcature, che si lavorasse di scalpello e di cazzuola, che, infine, gli artefici attuassero, con la maggior rapidità possibile, il rinnovamento dell'edificio glorioso, dando a Siena una nuova ragione di modesto compiacimento...

Così parlando, il Viligiardi mi attrae nel vestibolo del palazzo, mi invita a salire sulla nuova scala che egli stesso ha disegnato e compiuto. E io salgo, ma le mura che la paziente ricerca dell'artista egregio ha scoperto, ha frugate, ha qua e là rive[...] di frammenti di sculture e di terrecotte, simboli di un pensiero artistico mai interrotto dai primi tempi della fabbrica — verso il Duecento — al prezioso Settecento... Siamo finalmente sotto la torre che si leva al fianco del palazzo, e che risale al  Arturo
Viligiardi ha dedicato gran parte delle sue cure a restaurare, rinforzare, liberare da inutili ingombri di tetti e di travi la massiccia torre quadrata, che si inalzerà tra poco, libera nel cielo, come nel tempo in cui il banditore della Repubblica, con gli sguardi fissi alla pianura di Monteaperti, seguiva da quella vetta eccelsa gli eventi della battaglia, e dai segnali che i messi facevano da ogni altura, traeva motivo di parlare alla folla delirante di angoscia e di incertezza, giù, nel fondo oscuro della via. «I nostri stanno per avere la peggio... una nube è su loro...». Saliva, fino alla torre, lo spasimo delle madri aspettanti. Ah! I nemici cominciano a indietreggiare... Siena è salva! E la folla ripeteva, in coro, quasi con ardore religioso, il nome della città adorata: Siena! Siena bella! Dio ti salvi!...

Questa torre che il Viligiardi restituirà alle condizioni primitive, è fasciata, alla sua base, da un elegante motivo decorativo di carattere etrusco: una foglia rigirata contro un'altra foglia, in due colori, sopra un fondo di bell'effetto. Ha, inoltre, conficcati nelle sue muraglie, avanzi scultorii della decadenza romana, che l'artefice alacre va togliendo con ogni cautela e raccogliendo per poi farne motivo di indovinate decorazioni esteriori. Un lato della torre sarà chiuso, un altro avrà ancora i suoi merli che riprenderanno con eleganza l'ordine della facciata. E nella parte inferiore, il Viligiardi ha fatto aprire alcune finestre che incorniciano le stupende visioni senesi: il Campanile, l'Opera del Duomo, i Servi, campeggianti nel cielo, simili ad offerte di uomini ambiziosi alla Maestà Divina...
L'artefice mi guarda, legge nei miei occhi l'ammirazione, e appare soddisfatto. Così, egli mi svela i misteri della volta che chiude la gran sala centrale, dedicata alla musica: mi descrive quel che ha immaginato di pratico e di semplice per far sì che la volta stessa, in più parti indebolita dalle screpolature, larghe fino a dieci centimetri, e sul punto di rovinare, torni alla primitiva solidità e chiuda senza pericoli, con il bell'arco armonioso, la sala magnifica...
La sala "a violino"
- La sala! — quando il Viligiardi nomina questa parola, le sue guance pallide si accendono d'entusiamo. La chiama così, per antonomasia, la galleria nella quale egli diffonderà i tesori del suo ingegno di architetto, di scultore, di pittore, di decoratore... La «sua» sala! Perché ormai, parlando del palazzo Saracini, si dovrà parlare anche della sala Viligiardi... (...)

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